TRA MITI E LEGENDE

image002.pngIl primo ad occuparsi di Colapesce fu un poeta provenzale vissuto nella seconda metà del secolo XII, Raimon Jordan, per il quale “Nichola de Bar” è un uomo che vive da pesce (particolari della leggenda di Colapesce rimandano ad alcuni fatti miracolosi operati da S. Nicola di Bari che, durante le tempeste, lascia il porto e, scrive Giuseppe Pitrè, “cammina sulle onde con iscarpe d’erbe di mare, e col braccio invisibile conduce a luogo di sicurezza i piloti che l’hanno invocato”). Non è un caso, quindi, che Colapesce faccia la sua prima apparizione nella tradizione scritta come “Nichola” e che col nome di Nicola (o Cola) sia indicato poi nella tradizione s critta e orale. I pescatori messinesi, ad esempio, venerano S. Nicola nella chiesa di Ganzirri a lui dedicata.
Tra il XII e il XIII secolo, per il monaco inglese Walter Mapes, “Nicolaus” è un uomo che rimane a lungo immerso nel mare senza bisogno di respirare, intento ad esplorare il fondo marino alla ricerca di oggetti da riportare alla luce.
Nel 1210, per l’inglese Gervasius da Tilbury “Nicolaus” soprannominato “Papa” era un abile marinaio, pugliese di nascita, che il re Ruggero II costringe a scendere nel mare del Faro per esplorarne gli abissi (particolare interessante e unico, ai naviganti di passaggio “Nicolaus” chiede dell’olio per poter osservare meglio il fondo marino. In passato, i pescatori messinesi versavano in mare dell’olio, detto “chjarìa”, per rendere visibile il fondo marino durante la pesca dei polipi).
image004.pngNel resoconto tramandatoci da fra Salimbene de Adam da Parma, Cola (Nicola) è un pescatore messinese vissuto nel sec. XIII. Il re della Sicilia Federico II, che nel 1233 si trovava con la sua nave alla fonda nello Stretto di Messina, volendo mettere alla prova la sua valentia, lo costringe a scendere più volte nel fondo del Faro per portare alla luce una coppa d’oro lanciata in un luogo dove i gorghi risucchiano le navi. Nicola scende e pesca la coppa. Il re, sbalordito, rilancia la coppa in un tratto di mare più profondo e ordina al nuotatore di andar giù per la seconda volta. Cola riemerge nuovamente con la coppa che viene ancora lanciata da Federico, in una zona ancora più profonda. Colapesce si immerge per la terza volta ma non torna più alla superficie. Più tardi, qualcuno narrò che durante la ricerca della coppa si era accorto che una delle tre colonne che reggono la Sicilia stava cedendo. Ancora oggi egli è là, sotto Capo Peloro, a fare da colonna per salvare l’isola dallo sprofondamento in mare.
Francesco Pipino, un frate viaggiatore bolognese, nel suo “Chronicon” del 1239 parla di un giovane che fa vita da pesce da quando un giorno la madre, vedendolo sempre in mare, lo maledisse con stizza.
L’umanista Gioviano Pontano (1513) si occupa di Colapesce in un suo trattato dal titolo “De Immanitate” e in una sorta di poema astronomico-astrologico, “Urania”, dove all’avventura di “Colas” sono dedicati un centinaio di esametri.
Nel secolo XVI la leggenda di Colapesce fa la sua apparizione anche in Spagna. Pedro Mexia (1542), riferisce di aver sentito raccontare, durante la sua infanzia, di un Pesce-Cola simile al nuotatore di cui in seguito avrebbe letto la vicenda nell’opera degli scrittori italiani.
In un libretto di storia popolare pubblicato a Barcellona nel 1608, sono narrate le avventure di “Pece Nicolao” localizzate nel piccolo borgo di Rota.
Un riferimento su Colapesce si trova anche nel “Don Chisciotte” di Miguel Saavedra de Cervantes che partecipò alla battaglia di Lepanto e soggiornò nell’Ospedale Maggiore di Messina per 6 mesi. Il “cavaliere della triste figura”, deve anche saper nuotare, scrive Cervantes, “como dicen che nadaba el peje Nicolas o Nicolao”.
Nel 1678 il fisico tedesco, Athanasius Kircher, definisce Nicola “Pescecola” e per la sua abilità nel nuoto, da bambino rimane fino a cinque giorni in mare nuotando tra la Sicilia, la Calabria e le Isole Eolie.
Ancora la leggenda di Colapesce è citata dall’inglese Patrik Brydone (1870), dal francese Richard de Saint-Non (1875), da Lazzaro Spallanzani, dai poeti Domenico “Miciu” Tempio (1848) e Giovanni Meli (sec. XIX).
Una curiosità: il 7 agosto del 1797 Guglielmo Federico Schiller chiese in una lettera a Goethe chi fosse Nicola Pesce (il grande drammaturgo credeva che fosse un poeta). Tre mesi più tardi usciva “Der Taucher”, una ballata in cui la vicenda di Colapesce diviene un “dramma pieno di slancio e di passione”, scrive Giuseppe Pitrè.

Glauco il pescatore
Viveva a Messina, nel IV sec. a.C., un pescatore di nome Glauco, bellissimo come un essere divino e soprannaturale. Egli era solito pescare con la rete a maglie strette, quella che i pescatori oggi chiamano “sciabbica”, al largo dello stretto in direzione di Capo Peloro. Quando traeva nella sua barca le reti, queste erano gonfie di pesci, frutto della sua grande perizia e abilità di pescatore. Tornando, poi, a riva, le sirene accorrevano a frotte per vederlo e cercare di ammaliarlo con i loro canti. Ma era tutto inutile perché Glauco sapeva sempre come fare per sottrarsi ai loro incanti.
Un giorno cambiò la zona dove era solito recarsi a pescare e, dopo essere tornato a riva con la barca carica di pesce, vuotò una rete su un prato ma, appena i pesci si trovarono a contatto con l’erba, guizzarono via e con grandi salti si rituffarono in mare. Stupito ma perplesso alla vista di tale prodigio, volle provare con un’altra rete e ancora una volta i pesci, come se spinti da una forza arcana e soprannaturale, con ampie piroette riguadagnarono il mare.
Allora Glauco si convinse che quell’erba possedeva strani e portentosi poteri, e, vinto dalla curiosità, se ne portò un ciuffo alla bocca per assaggiarla. Via via che masticava e inghiottiva sentiva che un senso di freddo percorreva il suo corpo mentre una repentina e irrefrenabile metamorfosi si compiva nella sua persona; le gambe si atrofizzarono e unendosi si trasformarono in coda, le braccia in pinne mentre una fitta squamatura coprì in poco tempo il suo corpo: era diventato un pesce.

Si tuffò in mare e così cadde per sempre nel dominio delle sirene.

Madonna di Dinnammare
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Sui Peloritani si erge Dinnammare (m. 1130 s.l.m.), custode di pie memorie tra lo Jonio e il Tirreno, dove nell’omonimo santuario si conserva la marmorea immagine di Maria, in trono tra due delfini. Secondo la tradizione agiografica alcuni pescatori, nella spiaggia di Mare Grosso a sud di Messina, videro un’icona raffigurante la Vergine col Bambino portata a riva sul dorso di due delfini. Il sacro dipinto fu intronizzato nell’antico tempietto sul monte Dinnammare (il cui toponimo, pare, derivi da “Bimaris”, cioè i due mari Tirreno e Jonio visibili dal crinale). Alterne vicende verificatesi tra il 1644 e il 1712, al tempo dei Moncada, ricondussero sul monte il culto alla “Madonna di Dinnammare” che, dal 1585 al 1596, era stato trasferito a Messina in contrada Zaera. Per quante volte fosse trattenuta a Larderia, altrettante volte venne ritrovata a Dinnammare l’immagine mariana che, rinvenuta sul monte dal pastorello Occhino, fu cementata infine nel santuario.

Per antica tradizione ogni anno, iniziando il pellegrinaggio alla mezzanotte del 3 agosto, il dipinto della Madonna viene portato in processione da Larderia al santuario di Dinnammare, da dove, dopo essere stato meta di continui pellegrinaggi, viene riaffilato alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista nel pomeriggio del 5 agosto, dopo una lunga
Peloro
image008.pngPeloro era la personificazione del promontorio di Messina oggi detto Capo del Faro. Vi si ammirava da lontano un tumulo di tale Dio o meglio una statua che si elevava in alto e serviva da segnale ai naviganti.
Peloro era il pilota della nave di Annibale il quale, ritenendosi ingannato poiché viaggiando verso lo Stretto provenendo da Occidente, non vide alcun passaggio, apparendo unite le coste di Sicilia e Calabria, fece uccidere il suo pilota, ma dopo poco si accorse che il passaggio in realtà esisteva veramente, come assicurava sino alla morte il povero Peloro. Annibale per immortalare il fedele pilota, ingiustamente ucciso, gli intitolò l’estremo capo dell’Isola. Questa leggenda tramandata da vari autori, diviene però insostenibile se si tiene conto che già nel VI sec. a.C., quindi circa 300 anni prima della venuta di Annibale in Sicilia, esisteva e si praticava diffusamente il culto alla ninfa Pelorias nella nostra città.

San Francesco di Paola
image010.pngLa chiesa di S. Francesco di Paola, ricostruita dopo il terremoto del 1908 sullo stesso sito dell’antica, per vetusta tradizione sorge nella zona dove sbarcò il santo calabrese dopo aver miracolosamente attraversato lo Stretto di Messina.
Il prodigioso episodio avvenne nel 1464…Francesco è in cammino lungo la costa calabrese, umile e cencioso frate dalla barba candida e fluente, santo di paese e di miracoli paesani in una civiltà emarginata dal potere e dalla cultura, in un mondo paesano di oppressi e di poveri, come povero fu lui, in un’epoca in cui i potenti erano terribili e la cultura si andava sempre più paganizzando.
E’ stato chiamato da autorevoli personaggi di Milazzo, di Messina e di tutta la costa e si è subito messo in viaggio, senza portare niente con sé e facendo affidamento esclusivamente sulla carità del prossimo, secondo la sua consuetudine.
Il suo aspetto dovrebbe coincidere con la descrizione che di lui aveva fatto a suo tempo un cardinale di curia: “Rozzo e villano”, o con quella di un demonio esorcizzato da uno dei suoi fraticelli: “…sporco, barbuto, anche se garbato…”.
Giunge a Catona, sulla riva dello Stretto di Messina, mentre comincia ad imbrunire. Attraccato a pochi passi da lui sta un veliero carico di legname, pronto a partire verso l’altra costa. Francesco si avvicina al proprietario, Pietro Coloso, e inutilmente gli chiede un passaggio. Il Coloso pretende denaro e l’eremita non possiede altro che povertà.
Vista inutile la trattativa, Francesco si toglie il mantello e lo stende sull’acqua incendiata dal sole che tramonta, appendendone un capo al bastone da pellegrino. In un attimo il mantello diventa imbarcazione e vela allo stesso tempo e il “buon uomo calabrese”, come lo si chiamava, traversa così lo Stretto assieme a due confratelli.
Pietro Coloso rimane solo con la sua grettezza: da questo momento lo vedranno aggirarsi in pianto lungo le spiagge del grande avvenimento, sino alla fine dei suoi giorni.

Il Vascelluzzo
image012.pngIl “Vascelluzzo” è la sintesi emozionale, in forma di ex-voto d’argento, di tutti i tremendi periodi di carestia che Messina attraversò durante la sua tormentata storia. Oltre quello più antico del 1301, altri tristi avvenimenti si verificarono nelle tremende carestie del sec. XVI, nel 1603, nel 1636 e nel Sabato Santo del 1653: in tutti questi casi, secondo le fonti agiografiche, l’intervento della Madonna della Lettera fece sì che giungessero in porto, miracolosamente, navi cariche di frumento.
La presenza di vascelli in tutti gli eventi prodigiosi, fece nascere anche l’usanza di collocare nelle chiese messinesi, davanti al SS. Sacramento, lampade che riproducevano piccoli navigli.
L’incarico per la realizzazione del prezioso “Vascelluzzo” venne affidato ad un ignoto cesellatore e già nel gennaio del 1576 la baretta col vascello d’argento era completata.
Il 7 febbraio, poi, i confrati della Confraternita di S. Maria di Porto Salvo avanzavano richiesta agli amministratori cittadini per poter collocare sul “Vascelluzzo” la “pigna” in cristallo di rocca con la reliquia dei capelli della Madonna.
image014.pngA sancire la “messinesità” e a perpetuare le epocali vicende della nostra storia, il “Vascelluzzo” reca fasci di spighe di grano ed è decorato da medaglioni d’argento raffiguranti la Madonna della Lettera, S. Alberto con la Bibbia ed il giglio, S. Placido ed i suoi fratelli martiri e la Madonna di Porto Salvo, con sullo sfondo la città di Messina e la Palazzata.
La raffigurazione di S. Alberto è legata ad un evento prodigioso avvenuto nel 1301, quando il duca di Calabria Roberto d’Angiò cinge d’assedio per terra e per mare Messina. La città si difende bene e Roberto d’Angiò, che era sbarcato con un forte esercito a Roccamatore con l’intenzione di marciare verso Messina, alla vista delle agguerrite forze dei difensori preferisce ritirarsi a Catona in Calabria, da dove continua a mantenere l’assedio della città impedendole i rifornimenti di viveri.
image016.pngMessina è preda di una forte carestia e allora si tenta l’ultima carta: nel convento dei Padri Carmelitani al Santo Sepolcro (dove poi sorse la chiesa di S. Francesco di Paola) vive in odor di santità un monaco, Alberto degli Abati; a lui si rivolgono re Federico II d’Aragona, lo stratigò e i magistrati perché impetri da Dio la salvezza dell’afflitta città.
Alberto invita i presenti ad assistere alla Messa che celebrerà personalmente. Nel silenzio carico di tensione, una voce tuonante echeggia tra le volte del tempio: “Alberte oratio tua exaudita est”.
Pochi giorni dopo, il leggendario frate templare Ruggero de Flor, con le sei galee di cui disponeva a Siracusa ed altre quattro comprate da genovesi, si dirige verso Sciacca. Qui carica di grano le navi e ritorna a Siracusa. Riesce, poi, a forzare il blocco delle navi di Roberto d’Angiò, approda a Messina e scarica il frumento che servirà a sfamare l’esausta popolazione.

Ruggero e la Fata Morgana
Prima della conquista di Messina, tolta al dominio arabo dai Normanni, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla passeggiava, in un sereno giorno del 1060, lungo una spiaggia calabrese e osservando la costa peloritana, pensava come avrebbe potuto sottrarre i messinesi dal giogo dei musulmani che da duecento anni erano i padroni assoluti della “bianca colomba” sullo Stretto.
Il Normanno, soprappensiero, prosegue i suoi passi quando, improvvisamente, il tratto di mare davanti a lui comincia a ribollire e lentamente emerge dalle profondità marine una bellissima figura di donna che proprio qui, nello Stretto di Messina, ha il suo più splendido e ricco palazzo: è la Fata Morgana, sorella carnale di Re Artù d’Inghilterra.
Ruggero la vede salire su un carro bianco e azzurro misteriosamente apparso, tirato da sette cavalli bianchi con le criniere azzurre; scalpitanti, i magnifici destrieri stanno per dirigersi verso sud quando la Fata, accortasi della presenza del Gran Conte, lo invita a salire sul cocchio per condurlo in Sicilia dove troverà un potente esercito pronto a combattere contro gli Arabi.
Ruggero sorride e cortesemente risponde a Morgana: “Ti ringrazio dell’aiuto che vuoi offrirmi ma so che la Madonna e i santi mi proteggeranno e con le mie sole forze riuscirò a vincere, col valore delle armi, senza ricorrere alle magie e agli incantesimi che tu, gentilmente, vuoi mettere al mio servizio”.
Morgana per tre volte agita nell’aria immota la sua bacchetta e scaglia in mare tre sassi bianchi. Nel punto dove essi si inabissano, appaiono sulla superficie dell’acqua, prodigiosamente, castelli, palazzi, strade, alberi e foreste; tutto sembra così vicino al punto tale da essere raggiunto con un piccolo salto.
“Ecco la Sicilia! Raggiungi Messina e vi troverai un agguerrito e munitissimo esercito che ti consentirà di sconfiggere gli infedeli”.
Ruggero, con parole cortesi, ancora una volta rifiuta l’offerta della Fata e ribadisce che libererà la Sicilia dal paganesimo non con l’inganno, ma, con l’aiuto di Gesù Cristo e di sua madre, la Vergine Maria a cui ha consacrato la sua difficile impresa.
Morgana non insiste più. Agitando in aria la sua magica verga fa scomparire castelli, case, strade e vegetazione; poi, spronando i cavalli, si muove nel cielo incontro al sole che sta inondando di luce lo Stretto e si dirige verso l’Etna.
Chi ha avuto la fortuna di osservare questo strepitoso fenomeno ottico sul mare dello Stretto di Messina, ne ha riportato sempre l’impressione di qualcosa che sconfina nel magico e nel favoloso. Ne fu talmente colpito nel 1643 il sacerdote Ignazio Angelucci che, non senza qualche esagerazione giustificata dall’entusiasmo e dall’emozione del momento, scrisse una lunga lettera a Padre Leone Sancio della Compagnia di Gesù a Roma, narrandogli con dovizia di particolari l’”arcana apparizione” cui aveva assistito trovandosi a Reggio Calabria.
“Accade – riferisce l’Angelucci – di tanto in tanto nello Stretto di Sicilia un naturale prodigio, che serve d’incanto ad ogni sguardo. In occasione, che sia caldissimo il giorno, e quietissimo il mare, si alza certo vapore, che i nativi del luogo chiaman Morgana, e meglio si può chiamare Teatro, nel quale si mostra in mille scene ogni più bella sorta di prospettiva”.
All’improvviso – prosegue il religioso – “il mare che bagna la Sicilia si gonfiò e diventò per dieci miglia in circa di lunghezza come una spina di montagna nera; e questo dalla Calabria spianò e comparve in un momento un cristallo chiarissimo e trasparente, che parea uno specchio, che colla cima appoggiasse su quella montagna di acqua e col piede al lido di Calabria. In questo specchio comparve subito di colore chiaro scuro una fila di più di dieci mila pilastri di uguale larghezza e altezza, equidistanti e di un medesimo vivissimo chiarore, come di una medesima ombratura erano gli fondati fra pilastro e pilastro”. A questa prima apparizione seguirono la formazione di un “gran corniccione” , di “Castelli Reali” in grande numero e di un “Teatro di colonnati, ed il Teatro si stese, e fecene una doppia fuga:indi la fuga de’colonnati, diventò lunghissima facciata di finestre di dieci fila: della facciata si fè varietà di selve, di pini, e cipressi eguali, e di altre varietà d’alberi, e qui il tutto disparve; ed il mare con un poco di vento tornò mare”. Di questo suggestivo fenomeno, detto anche “Teatro Catottrico” e “Iride Mamertina”, testimoni in antico furono Damascio che narra di aver visto nel mare dello Stretto “Eserciti d’Uomini a cavallo, ed a piedi, mandrie di bestiami, selve…”, Aristotele, Policleto e Cornelio Agrippa; in epoche più recenti, nel Settecento, i sacerdoti Giuseppe Scilla e Domenico Monforte assistettero stupiti al fantasmagorico fenomeno.

Madonna della Scala
Nel 1167, nel porto di Messina, si trova alla fonda una nave levantina. I marinai stanno scaricando le ricche mercanzie trasportate fin qui dall’Oriente. Nascosta nella stiva, si trova una tavola in legno dipinta alla maniera delle icone bizantine: raffigura il mezzo busto della Madonna che tiene una scala nella mano, simbolo dell’ascensione al cielo, che i marinai hanno trafugato in una città della Siria.
Terminato lo scarico delle merci, levate le ancore e spiegate le vele al vento, la nave adesso è pronta a riprendere il mare ma, misteriosamente, lo scafo non si muove di un solo centimetro, nonostante le grandi vele siano turgide di vento.
I marinai sono presi dal panico e alcuni sbarcano a terra; l’Arcivescovo Nicolaus, informato del prodigioso evento, dispone che il dipinto venga condotto a terra. E’ un attimo e la nave, come liberata da un immenso fardello, si allontana dal molo verso il mare aperto. Si tratta, allora, di sollevare il quadro ma, inutilmente, essendo questo diventato pesantissimo “à guisa di ponderoso monte di metallo”, scrive Placido Samperi nel 1644.
Dopo molte discussioni, si perviene alla decisione di metterlo in un carro tirato da buoi senza essere guidati: sarà la stessa Madonna a condurlo alla destinazione che lei vorrà. Nel tardo, sciroccoso pomeriggio, la strana processione costeggia la curva del porto e prosegue il suo cammino verso i colli Sarrizzo, lungo la fiumara di S. Leone.
In lontananza si profilano le suggestive merlature della chiesa normanna di S. Maria della Valle. Cinquecento…duecento…cinquanta metri…i buoi si fermano da soli di fronte al tempio e l’immagine viene condotta in chiesa fra gli scroscianti applausi dei presenti. Da questo momento, cambierà il nome in S. Maria della Scala.
Fra i miti più popolari sono Scilla e Cariddi, situate nello Stretto, cioè sul punto di passaggio obbligato degli antichi naviganti, che dalla Grecia volevano fare vela per Cuma.

Scilla e Cariddi
Nell’Odissea di Omero troviamo la prima descrizione di essi:
image018.pngScilla è un mostro atroce e spaventevole, che abbaia e ringhia orribilmente, localizzata su uno scoglio di una rupe alta cento metri nella punta calabra. E’ munito di 12 piedi e di 6 colli smisurati, portanti ciascuno una testa mostruosa guarnita da un triplice giro di denti acuminati. Tale mostro, antropofago, abita una oscura caverna da cui sporge la testa cercando avidamente la preda. Fra le grinfie del mostro periscono 6 compagni di Ulisse.
Scilla, in greco Skylla, deriva dal fenicio “sol” cioè pericolo, o dalla radice greca “skul” con significato di cane o anche di squalo, e il verbo “depredare”. I cani urlanti nella cintura ricordano lo strepito particolare prodotto dalle onde che di continuo s’infrangono sotto le rupi cave.
Cariddi, ad un sol trar d’arco di Scilla, come dice Omero, è l’altro orribile mostro che tre volte inghiotte le acque del mare e tre volte le rigetta con muggiti, posta sotto il Promontorio Peloro.
image020.pngCariddi, dal greco per “vortice”, o anche dal semitico “Khar” per “foro”, “voragine”, sarebbe espressione derivata in tal caso dai navigatori fenici. Avendo rubato i buoi ad Ercole, Cariddi per punizione fu da Giove trasformata in quel pericoloso gorgo dello Stretto di Messina, apertosi dalla saetta scagliata dal Nume. Nella leggenda omerica, le acque che inghiotte e rigetta sono il ricordo evidente dell’effetto ivi prodotto dal flusso e riflusso di marea. Cariddi si identifica col “garofalo”(in dialetto “galoffuru”), gorgo che si forma fra Capo Faro e Punta Sottile dall’incontro di correnti contrarie, corrispondendo perfettamente alla descrizione omerica che paragona quel mare ad una marmitta in ebollizione. Questo flusso e riflusso sarà altresì evidenziato da Dante nella “Divina Commedia”: Come fa l’onda là sopra Cariddi che si frange con quella in cui s’attoppa.
Negli scrittori greci posteriori ad Omero ed in quelli latini, si nota una spiccata tendenza a rendere più umana la fiera implacabile di Scilla.
Virgilio, infatti, ci presenta Scilla con sembianze umane e forme di leggiadra donzella fino alla vita. Al di sotto, è orribilmente innestato un ventre di lupo ed una coda di delfino (fontana Nettuno del Montorsoli).
Ovidio la immagina come affascinante fanciulla col ventre ed i fianchi cinti di cani latranti.
Gli antichi poeti hanno anche intessuto, intorno al mito di Scilla, una triste vicenda d’amore soggetta a diverse interpretazioni. Pausania, infatti, narra che Scilla fu la perfida figlia di Niso, re di Megara. Essa facilitò la conquista straniera di terre soggette alla maestà paterna. Ma il vincitore non solo disdegnò di sposarla, ma la abbandonò alle acque del mare, che portarono il bellissimo corpo esanime ai piedi del promontorio della costa bruzia, cui fu dato il nome della fanciulla.
Per Ovidio, Scilla, la più bella fra le ninfe, custode del mar Tirreno, allieta i lidi col suono delicato della sua cetra. Per essa è pazzo d’amore Glauco, il giovane dio marino. Ma la ninfa schernendosi di tanta passione respinge le profferte dell’infelice amante. Il giovane allora si rivolge a Circe, perché con le sue magie incateni il cuore dell’amata. Circe, gelosa innamorata di Glauco, si serve invece dei suoi misteriosi filtri per eliminare la rivale e con una pozione avvelena le acque in cui la fanciulla è solita bagnare le sue delicate membra. Quando Scilla, cinta di cerulea veste, si tuffa nell’acqua, le sue forme gentili si contraggono orribilmente, e la ninfa prende l’aspetto di un mostro spietato con la coda biforcuta e le 6 bocche voraci.
Scilla ci appare, fin dai tempi omerici, in relazione col cane. Col cane accanto la troviamo rappresentata nelle monete di Turio, di Eraclea, di Taranto ed Ipponio.
Strabone vede in Scilla e Cariddi due covi di pirati e gli orrendi latrati, che tanti timori avevano suscitato nell’animo dei naviganti antichi, egli pensa che siano le onde, che fragorosamente si infrangono contro l’erta scogliera.
Con la creazione di questi favolosi miti, la fantasia greca non aveva fatto altro che circondare di arcano mistero i pericoli che realmente esistevano nello Stretto.
Il grande timore di coloro che affrontavano la perigliosa navigazione dello Stretto nell’antichità, possiamo dedurlo da un’iscrizione, posta da un marinaio, che nel cimento della vita aveva fatto voti a Nettuno.